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Museo d'arte sacra della Confraternita di Castelmuzio Trequanda

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Museo d'arte sacra della Confraternita di Castelmuzio

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Museo d'arte sacra della Confraternita di Castelmuzio
Via Gaetano Milanesi, 1 Castelmuzio Trequanda

Telephone 0577-665227 0577-665189


Business card (vCard)


Una confraternita dedicata alla SS. Trinità fu fondata in epoca imprecisata a Castelmuzio, poi nel 1450, a seguito della canonizzazione di Bernardino da Siena, venne eretta una nuova compagnia a lui intitolata: il culto all’Albizzeschi era molto vivo nel paese, nel quale aveva spesso predicato e dove si conservava con cura la pietra sopra la quale era solito tenere sermoni. Distinti per un certo periodo di tempo, i due sodalizi si riunirono poi in una nuova compagnia dedicata alla Trinità e a San Bernardino, ma anche a San Bartolomeo, titolare di un ulteriore gruppo laicale.

Nel 1612 la nuova confraternita ottenne l’aggregazione all’arciconfraternita (cioè uno di quei gruppi, solitamente romani, che avevano la prerogativa di associarne a sé altri cui potevano trasmettere le indulgenze ottenute) della Trinità dei Pellegrini e Convalescenti di Roma, che era stata fondata da San Filippo Neri nel 1548. Una pratica, quella delle aggregazioni, molto diffusa durante la Controriforma e utilizzata dalle autorità ecclesiastiche per ottenere un controllo sui sodalizi: per conseguire l’unione era infatti necessario che le costituzioni fossero esaminate dalle autorità ecclesiastiche, che ottenevano così la sorveglianza auspicata. Soppressa il 21 marzo 1785 da Pietro Leopoldo, la Compagnia fu “ripristinata” nell’Ottocento; dal 1973 è “Museo di Arte Sacra”, ha la disponibilità della chiesa del monastero di S. Anna in Camprena e le è anche affidata la vicina pieve di S. Stefano a Cennano.

Il fianco destro - sul quale si eleva il campanile settecentesco triangolare con due campane del 1619 e del 1859 - prospetta sulla suggestiva piazzetta formata dalla chiesa parrocchiale e dal palazzo Fratini, movimentata da cantoni e archi pensili.

L’interno ad aula, il cui aspetto attuale si deve ai restauri ultimati nel 1867, è suddiviso in tre campate a volta delimitate da pilastri e arcate decorate a finto marmo; il presbiterio è rialzato.

Alla controfacciata è accostata una cantoria con decorazioni a monocromo di fine Settecento sul fronte: lateralmente entro medaglioni appaiono i busti di San Bartolomeo e San Bernardino e al centro una scena biblica. Alla parete è appesa una croce penitenziale del Venerdì santo, con gli strumenti della Passione: la realizzò Baldassarre Audibert, una curiosa personalità della Toscana tra Sette e Ottocento. Sotto la cantoria sono appesi un San Michele Arcangelo su tela e il dipinto di Giuliano Traballesi con il Beato Bernardo Tolomei in preghiera: sullo sfondo appare l’abbazia di Monte Oliveto Maggiore, di cui il monaco fu fondatore.

Il centro della prima campata sinistra è occupata da una tavola attribuita a Pietro di Francesco Orioli raffigurante la Madonna col Bambino e i santi Antonio Abate, Bernardino, Rocco e Sebastiano. La presenza dei due intercessori venerati nel corso delle epidemie pestilenziali, unita alla coincidenza di periodi tristemente segnati da morie, può far presumere che l’opera sia stata dipinta in uno di questi frangenti: tra l’altro l’Orioli si distinse per l’abnegazione dimostrata verso gli ammalati nel corso del contagio del 1496, anno nel quale morì.

La campata successiva è segnata dalla tavola di Giovanni di Paolo raffigurante San Bernardino da Siena - con in mano l’orifiamma cristologico e accompagnato da due angeli in piedi sul globo terracqueo con vie, minuscoli castelli e alberi. Come in altre raffigurazioni del Santo, al cingolo pende l’astuccio degli occhiali. L’importante opera fu con probabilità commissionata in un momento prossimo all’elevazione del Santo agli altari, ed appare una derivazione dalla tavola di Sano di Pietro nella Pinacoteca di Siena, a sua volta espletata sul ritratto di Pietro di Giovanni d’Ambrogio.

Una Natività della Vergine, donata alla confraternita nel 1867 dall’autore, è opera dell’artista livornese Nicola Ulacacci; di fronte, dietro a una moderna statua processionale dell’Addolorata, sono visibili un dipinto murale raffigurante la Madonna col Bambino, forse del pittore che ha compiuto le decorazioni della cantoria, e una tela con San Giuseppe del senese Gino Giusti, risalente al 1940-1950 circa. Nella campata adiacente è sistemata l’importante tavola della Madonna col Bambino ascritta al duccesco Niccolò di Segna, che ha subìto perdite cromatiche e reca i segni di antichi restauri. Segue una banda processionale “da morti”, e un crocifisso in ceramica di Mario Bezzini del 1960 collocato entro una cornice del XVIII secolo.

La parete di fondo è occupata da un grande dipinto attribuito alla bottega del Beccafumi raffigurante la Trinità con San Bernardino e San Bartolomeo, a ricordo delle tre antiche confraternite qui riunite. Inferiormente è collocata una delle piccole tavole utilizzate dal Santo senese durante le prediche. Bernardino, devoto del nome di Gesù, mostrava nel corso dei sermoni la tavoletta, sovente opera di Sano di Pietro, sulla quale erano dipinte in oro le lettere JHS contornate da un cerchio di raggi fiammeggianti, lasciandola poi in dono per richiamare alla memoria l’insegnamento. È inserita in un espositorio di fine Settecento bianco e oro, sul quale poggia un reliquiario in ottone dorato che conserva particelle dei “precordi” e della veste di Bernardino, donati nel 1623.

Lateralmente sono addossati due grandi arcibanchi ottocenteschi destinati ai Primiceri, cioè a coloro che ricoprivano le cariche nel sodalizio: l’uno reca sul fronte le lettere TS, l’altro il trigramma con tre chiodi. Al di sopra pendono le tabelle in cui venivano inseriti i nomi dei fratelli e delle sorelle.

L’altare racchiude al suo interno una parte della pietra su cui predicava Bernardino; l’altra metà è inserita nel monumento ai Caduti, sulla piazza del paese. Nella sagrestia e negli ulteriori ambienti è ordinato un Museo che non riunisce solo suppellettili ecclesiastiche, ma tutte le memorie storiche di Castelmuzio; attualmente (settembre 2000) sono in restauro due mobili di primo Ottocento.

Il lato corto destro è occupato da una vetrina nella quale appaiono esposti numerosi arredi: reliquiari a ostensorio in legno dorato del XVIII secolo, una croce reliquiario in madreperla proveniente dalla Custodia di Terrasanta, un piatto per elemosine di manifattura tedesca della seconda metà del Quattrocento, uno dei numerosi importati in Italia e poi spesso adeguati, con iscrizioni o stemmi, al committente locale. È conservata anche la matrice calcografica in rame con inciso il dipinto beccafumesco e l’iscrizione “Congregazione della SS. Trinità e di S. Bernardino da Siena”, che veniva utilizzata per stampare le immagini distribuite in occasione delle festività. Sono inoltre esposte alcune pissidi e un ostensorio dell’Ottocento, dei calici, quattro messali, un parato composto da pianeta, manipolo, stola e borsa di primo Ottocento e un’urna cineraria in terracotta del III secolo a. C.

Alle pareti pendono delle palle settecentesche, un vessillo processionale della Cassa Rurale Cattolica e uno della Filarmonica di Castelmuzio, attestati e bolle di aggregazione all’arciconfraternita romana, oltre a una grande tela della pittrice Ida Nasini Campanella (morta a Siena nel 1979) raffigurante Gesù che cammina sulle acque. L’altra parete breve è occupata da un armadio al cui interno sono conservati i paramenti liturgici e l’Archivio, che riunisce i documenti del sodalizio dopo la sua ricostituzione. L’anta sinistra funge da porta d’ingresso al vano della scala - con mazze processionali alle pareti - che si biforca e conduce da un lato alla cantoria, e dall’altro all’ex ospizio.

Data l’ubicazione del paese su un percorso alternativo della via Francigena, la confraternita manteneva infatti in questo vano un ricovero con quattro letti. Nella suggestiva sala - che si affaccia sulla chiesa - sono esposti arredi sacri, ma anche le stoviglie che venivano usate per le cene organizzate dalla confraternita, vecchi strumenti da banda della Filarmonica e un gagliardetto dell’Associazione Combattenti della Prima Guerra Mondiale. Tra gli arredi a uso liturgico si segnalano alcuni reliquiari a obelisco, un bussolotto per elemosine in legno, due tronetti per l’esposizione eucaristica, dei candelieri.

Interessante la presenza di traccole: si tratta di strumenti costituiti da una cassa armonica lignea che racchiude alcune lamelle flessibili, sfregate da ruote dentate mosse da una manovella. Le traccole (o regoloni secondo il termine locale che ricorda la raganella, di uso analogo ma struttura più semplice) venivano usati nel periodo pasquale al posto delle campane - proibite dal Giovedì Santo alla mezzanotte della domenica - perché il suono secco e penetrante prodotto era ritenuto più adeguato alla mestizia del momento liturgico. La sala conserva anche un dipinto con la Lapidazione di Santo Stefano attribuito a Domenico Manetti, una tela della Pentecoste opera di Ida Nasini Campanella, una con la Nascita della Vergine di Giovanpaolo Pisani e una figura processionale di Gesù morto risalente all’inizio del XX secolo

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